L’autenticità costituisce uno dei temi maggiormente presenti nei media e nella cultura odierni, e si esprime in vari aspetti della vita quotidiana, dal come ci presentiamo in pubblico al cosa compriamo. La ricerca psicologica affronta il tema dell’autenticità non senza difficoltà: individuare una definizione universale di che cosa significa essere “autentico” sembra impossibile. Nel suo lavoro, Newman (2019) arriva ad individuare 3 tipi distinti di autenticità (storica, categoriale e valoriale), ognuno dei quali risponde a criteri di valutazione differenti e distinti. É così possibile che qualcosa possa essere considerato al contempo autentico e inautentico a seconda di quale suo aspetto si stia considerando (es. un quadro realizzato al giorno d’oggi secondo lo stile di Monet è autenticamente impressionista dal punto vista categoriale, mentre non lo è da un punto di vista storico). A complicare ulteriormente la situazione, l’autenticità di una persona rispetto al proprio “vero sé” (autenticità esistenziale o autenticazione del sé) rappresenta una forma distinta di autenticità, a cui la ricerca empirica sta volgendo l’attenzione solo negli ultimi anni.
Dal punto di vista clinico, invece, da tempo viene considerato l’effetto che il sentirsi autentici ha sulla psicologia dell’individuo. Diversi studi concordano, anche se con prospettive diverse, che la percezione di un sé autentico contribuisce ad un maggiore benessere psicologico (Wood et al., 2008), a migliori capacità comunicative (Lakey et al., 2008) e a migliori capacità nell’affrontare eventi negativi, anche di portata collettiva (Maffly-Kipp, 2020).
Nella modernità, l’autenticità rappresenta uno dei principi fondamentali alla base delle relazioni umane. Secondo Trilling (1972/2018), a partire dalla fine del 18° secolo, in Occidente l’autenticità viene a sostituirsi alla sincerità come imperativo etico nel rapporto fra sé e gli altri. La ricerca di “una congruenza fra il sentire effettivo e quello dichiarato” passa dal desiderio di evitare all’altro la menzogna e l’inganno (sincerità) a diventare un valore in sé (autenticità), dall’evitare una cattiva azione al promuovere un atteggiamento “positivo”. Di conseguenza, dalle pagine dei libri e dalle opere d’arte, l’autenticità quale valore comincia a diffondersi a tutti i livelli del discorso culturale e pubblico, fino ad arrivare alla politica (con il rimando all’essere coerenti rispetto alla propria ideologia o identità di riferimento) e all’economia (con l’individuazione di fette di mercato dai consumi specifici). Questo ha portato cambiamenti profondi al concetto stesso di autenticità, ma qui mi soffermerò solo su due aspetti che considero i più significativi:
– l’autenticità diventa normativa, accompagnandosi alla narrazione per cui essere autentici conduce di per sé ad una vita soddisfacente, realizzata e di successo. Per questo motivo la persona cerca di raggiungere una sempre maggiore autenticità, adottando l’ottica dell’auto-ottimizzazione caratteristica della società capitalista (Foucault & Kritzman, 1990);
– l’autenticità diventa performativa, per cui essere se stessi si esprime principalmente come “non essere come gli altri”, distinguersi e perciò essere speciali (Reckwitz & Pakis, 2020): essere “nella media”, “normali, diventa un fallimento rispetto al proprio vero sé, un fallimento di autenticità. Distinguersi diventa un obbligo che deve essere performato, cioè agito nella sfera pubblica e all’interno di essa deve essere valutato nei termini di una vera e propria “performance teatrale”.
La performatività dell’autenticità si unisce alla creazione attiva dell’immagine di sé come una vera e propria opera d’arte (Taylor, 1992/1994), che diventa a sua volta oggetto di giudizio in quanto parte di una norma condivisa. Gli stessi criteri adottati per valutare l’immagine di sé finiscono per essere utilizzati dalla persona per valutare il proprio successo personale in termini di visibilità, riconoscimento e considerazione, portando spesso con sé un vissuto di profonda delusione ed insoddisfazione (Davis, 2020).
Questa contestualizzazione storico-culturale risulta particolarmente utile per comprendere il vissuto degli adolescenti, per cui il tema dell’autenticità costituisce parte di un vero e proprio compito evolutivo. In questa fase l’adolescente inizia a pensarsi come individuo al di fuori dei legami familiari, a compiere scelte in modo autonomo e ad esplorare le diverse possibilità delle relazioni con coetanei e non (Erikson, 1968/1995; Havighurst, 1948/1982). Questo ampliamento del campo relazionale porta l’adolescente a sperimentarsi in ambiti differenti (famiglia, scuola, attività extrascolastiche, gruppo dei pari ecc.), con il compito implicito di integrarli all’interno della propria persona. In questa fase si può parlare di una vera e propria “nascita sociale” (Maggiolini & Charmet, 2011) in cui il gruppo dei coetanei diventa sempre più significativo per ricevere validazione e sostegno personale (Parker & Asher 1993). Questa centralità viene rimarcata nel modello di sviluppo morale ideato da Robert Kegan (1982), secondo cui l’adolescenza si accompagna al passaggio da uno stadio basato sull’interesse personale allo stadio interpersonale: l’adolescente comincia a considerare il punto di vista altrui e ricerca relazioni per lo più paritarie, il cui successo è valutato sulla base della soddisfazione di tutte le persone coinvolte. Secondo Kegan, è in questa fase che si sviluppano modelli relazionali più generali e meno egocentrici, ma ancora fortemente dipendenti dalle relazioni in cui concretamente l’individuo si trova coinvolto.
All’interno di queste nuove relazioni, il bisogno di autenticità è fortemente sentito ed ha un impatto significativo sul benessere psicologico dell’adolescente (Peets & Hodges, 2016; Theran, 2011), portando ad un minor tasso di abbandono scolastico ed isolamento sociale, anche in casi “a rischio” (Gueta & Berkovich, 2020). Più l’adolescente sente di poter essere se stesso, vedendo validata la propria costruzione di sé, più si sente competente e parte di una rete di sostegno efficace (Thomaes et al., 2017). D’altro canto, l’esperienza di inautenticità all’interno delle relazioni si accompagna ad una riduzione del benessere percepito, anche nei casi in cui i restanti bisogni psicologici possono essere considerati soddisfatti (Thomaes et al., 2017). Questa ricerca va inevitabilmente a intrecciarsi con la costruzione di autenticità quale norma performativa, legando a doppio filo costruzione dell’identità personale e valutazione dell’immagine di sé. L’unione di queste due dimensioni identitarie si scontra con la necessità di inserirsi in diversi ambienti e contesti, creando una molteplicità di identità fluttuanti il cui rapporto reciproco tende a cambiare con i cambiamenti nell’intensità e nell’importanza delle relazioni che l’adolescente costruisce al loro interno (Kegan, 1982). Queste fluttuazioni possono apparire ad un osservatore esterno come se l’adolescente cambiasse personalità improvvisamente, da un giorno all’altro, causando spesso esperienze di rifiuto quando una delle sue identità viene mostrata in contesti in cui era ignota o ignorata. L’impatto del rifiuto è variabile, a seconda di chi sia a rifiutare e di quanto centrale per l’adolescente sia l’identità che viene rifiutata (si pensi ai casi di coming-out).
Nel tentativo di integrare i suoi molti volti, l’adolescente può finire per sentirsi incomprensibile e sbagliato, portando in alcuni casi a separare nettamente le forme d’espressione del proprio sé per evitare ulteriori invalidazioni. L’intero processo viene amplificato dalla partecipazione ai social media: attraverso di essi l’adolescente può costruire la propria immagine in modo più libero e creativo, andando però incontro ad una dinamica valutativa ancora più evidente, diretta e semplificata (likes, richieste d’essere seguiti, commenti ecc.). L’effetto psicologico dei social media nell’adolescenza è un tema estremamente ampio e complesso per essere qui trattato. Per il momento possiamo limitarci a considerare quanto essi amplificano un processo già in corso, con criticità di cui l’adolescente è consapevole in prima persona (O’Riely, 2020; O’Riely et al., 2018).
Date le caratteristiche dell’autenticità performativa che abbiamo visto, il fallimento nell’ottenere un riconoscimento della propria autenticità porta con sé un vissuto di fallimento esistenziale, pervasivo, che investe completamente l’adolescente. Questo fallimento può portare da un lato a focalizzarsi completamente sull’immagine di sé e sulla sua percezione da parte degli altri (auto-ottimizzazione) e dall’altro a ritirarsi dallo sguardo altrui, completamente o tramite la costruzione di un “falso sé”, una maschera.
Non è facile fornire supporto in questo processo, specialmente per i genitori: la fluttuazione nelle espressioni dell’identità personale può spiazzare e lasciare disorientate le persone che conosco l’adolescente da molto tempo. Proprio per questo diventa importante la capacità di accogliere questi cambiamenti, evitando il giudizio (già pervasivo nell’esperienza dell’adolescente) e tenendo a mente che quelli che possono sembrare cambiamenti improvvisi sono spesso il risultato di una precedente elaborazione più profonda, che solo in quel momento sta trovando espressione. Un’ulteriore fonte di sostegno, specialmente in seguito ad un’invalidazione dell’immagine di sé, può nascere dall’aiutare l’adolescente a ricordare che il difficile compito che sta affrontando non è una caccia ad un tesoro nascosto, che può essere trovato e valutato una volta per tutte. L’essere autentici è un viaggio, in cui il sé che cerca di esprimersi nasce e cambia proprio con le esperienze e il rapporto con gli altri. Favorire un dialogo con l’adolescente basato sulla curiosità e sul desiderio di capire non permette solo a questi di sentirsi compreso, ma contribuisce concretamente all’elaborazione dell’identità personale (Schoeller, 2020), a patto che si rispettino le tempistiche della persona. La migliore fonte di supporto, però, rimane forse la fiducia nell’adolescente, nella sua capacità di conoscersi ed affrontare le difficoltà, in modo da nutrire una forma di autonomia responsabile che è alla base dell’autenticità esistenziale (Thomaes et al., 2017) e che può essere guidata solo da una spinta interiore verso la conoscenza di sé e l’espressione del proprio potenziale (Yalom, 1980/2019).

Jake Baddeley (2010) – Rethoric
Bibliografia
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