Diventare la persona che sono: la sfida dell’autenticità in adolescenza

L’autenticità costituisce uno dei temi maggiormente presenti nei media e nella cultura odierni, e si esprime in vari aspetti della vita quotidiana, dal come ci presentiamo in pubblico al cosa compriamo. La ricerca psicologica affronta il tema dell’autenticità non senza difficoltà: individuare una definizione universale di che cosa significa essere “autentico” sembra impossibile. Nel suo lavoro, Newman (2019) arriva ad individuare 3 tipi distinti di autenticità (storica, categoriale e valoriale), ognuno dei quali risponde a criteri di valutazione differenti e distinti. É così possibile che qualcosa possa essere considerato al contempo autentico e inautentico a seconda di quale suo aspetto si stia considerando (es. un quadro realizzato al giorno d’oggi secondo lo stile di Monet è autenticamente impressionista dal punto vista categoriale, mentre non lo è da un punto di vista storico). A complicare ulteriormente la situazione, l’autenticità di una persona rispetto al proprio “vero sé” (autenticità esistenziale o autenticazione del sé) rappresenta una forma distinta di autenticità, a cui la ricerca empirica sta volgendo l’attenzione solo negli ultimi anni.
Dal punto di vista clinico, invece, da tempo viene considerato l’effetto che il sentirsi autentici ha sulla psicologia dell’individuo. Diversi studi concordano, anche se con prospettive diverse, che la percezione di un sé autentico contribuisce ad un maggiore benessere psicologico (Wood et al., 2008), a migliori capacità comunicative (Lakey et al., 2008) e a migliori capacità nell’affrontare eventi negativi, anche di portata collettiva (Maffly-Kipp, 2020).

Nella modernità, l’autenticità rappresenta uno dei principi fondamentali alla base delle relazioni umane. Secondo Trilling (1972/2018), a partire dalla fine del 18° secolo, in Occidente l’autenticità viene a sostituirsi alla sincerità come imperativo etico nel rapporto fra sé e gli altri. La ricerca di “una congruenza fra il sentire effettivo e quello dichiarato” passa dal desiderio di evitare all’altro la menzogna e l’inganno (sincerità) a diventare un valore in sé (autenticità), dall’evitare una cattiva azione al promuovere un atteggiamento “positivo”. Di conseguenza, dalle pagine dei libri e dalle opere d’arte, l’autenticità quale valore comincia a diffondersi a tutti i livelli del discorso culturale e pubblico, fino ad arrivare alla politica (con il rimando all’essere coerenti rispetto alla propria ideologia o identità di riferimento) e all’economia (con l’individuazione di fette di mercato dai consumi specifici). Questo ha portato cambiamenti profondi al concetto stesso di autenticità, ma qui mi soffermerò solo su due aspetti che considero i più significativi:

– l’autenticità diventa normativa, accompagnandosi alla narrazione per cui essere autentici conduce di per sé ad una vita soddisfacente, realizzata e di successo. Per questo motivo la persona cerca di raggiungere una sempre maggiore autenticità, adottando l’ottica dell’auto-ottimizzazione caratteristica della società capitalista (Foucault & Kritzman, 1990);

– l’autenticità diventa performativa, per cui essere se stessi si esprime principalmente come “non essere come gli altri”, distinguersi e perciò essere speciali (Reckwitz & Pakis, 2020): essere “nella media”, “normali, diventa un fallimento rispetto al proprio vero sé, un fallimento di autenticità. Distinguersi diventa un obbligo che deve essere performato, cioè agito nella sfera pubblica e all’interno di essa deve essere valutato nei termini di una vera e propria “performance teatrale”.

La performatività dell’autenticità si unisce alla creazione attiva dell’immagine di sé come una vera e propria opera d’arte (Taylor, 1992/1994), che diventa a sua volta oggetto di giudizio in quanto parte di una norma condivisa. Gli stessi criteri adottati per valutare l’immagine di sé finiscono per essere utilizzati dalla persona per valutare il proprio successo personale in termini di visibilità, riconoscimento e considerazione, portando spesso con sé un vissuto di profonda delusione ed insoddisfazione (Davis, 2020).

Questa contestualizzazione storico-culturale risulta particolarmente utile per comprendere il vissuto degli adolescenti, per cui il tema dell’autenticità costituisce parte di un vero e proprio compito evolutivo. In questa fase l’adolescente inizia a pensarsi come individuo al di fuori dei legami familiari, a compiere scelte in modo autonomo e ad esplorare le diverse possibilità delle relazioni con coetanei e non (Erikson, 1968/1995; Havighurst, 1948/1982). Questo ampliamento del campo relazionale porta l’adolescente a sperimentarsi in ambiti differenti (famiglia, scuola, attività extrascolastiche, gruppo dei pari ecc.), con il compito implicito di integrarli all’interno della propria persona. In questa fase si può parlare di una vera e propria “nascita sociale” (Maggiolini & Charmet, 2011) in cui il gruppo dei coetanei diventa sempre più significativo per ricevere validazione e sostegno personale (Parker & Asher 1993). Questa centralità viene rimarcata nel modello di sviluppo morale ideato da Robert Kegan (1982), secondo cui l’adolescenza si accompagna al passaggio da uno stadio basato sull’interesse personale allo stadio interpersonale: l’adolescente comincia a considerare il punto di vista altrui e ricerca relazioni per lo più paritarie, il cui successo è valutato sulla base della soddisfazione di tutte le persone coinvolte. Secondo Kegan, è in questa fase che si sviluppano modelli relazionali più generali e meno egocentrici, ma ancora fortemente dipendenti dalle relazioni in cui concretamente l’individuo si trova coinvolto.

All’interno di queste nuove relazioni, il bisogno di autenticità è fortemente sentito ed ha un impatto significativo sul benessere psicologico dell’adolescente (Peets & Hodges, 2016; Theran, 2011), portando ad un minor tasso di abbandono scolastico ed isolamento sociale, anche in casi “a rischio” (Gueta & Berkovich, 2020). Più l’adolescente sente di poter essere se stesso, vedendo validata la propria costruzione di sé, più si sente competente e parte di una rete di sostegno efficace (Thomaes et al., 2017). D’altro canto, l’esperienza di inautenticità all’interno delle relazioni si accompagna ad una riduzione del benessere percepito, anche nei casi in cui i restanti bisogni psicologici possono essere considerati soddisfatti (Thomaes et al., 2017). Questa ricerca va inevitabilmente a intrecciarsi con la costruzione di autenticità quale norma performativa, legando a doppio filo costruzione dell’identità personale e valutazione dell’immagine di sé. L’unione di queste due dimensioni identitarie si scontra con la necessità di inserirsi in diversi ambienti e contesti, creando una molteplicità di identità fluttuanti il cui rapporto reciproco tende a cambiare con i cambiamenti nell’intensità e nell’importanza delle relazioni che l’adolescente costruisce al loro interno (Kegan, 1982). Queste fluttuazioni possono apparire ad un osservatore esterno come se l’adolescente cambiasse personalità improvvisamente, da un giorno all’altro, causando spesso esperienze di rifiuto quando una delle sue identità viene mostrata in contesti in cui era ignota o ignorata. L’impatto del rifiuto è variabile, a seconda di chi sia a rifiutare e di quanto centrale per l’adolescente sia l’identità che viene rifiutata (si pensi ai casi di coming-out).

Nel tentativo di integrare i suoi molti volti, l’adolescente può finire per sentirsi incomprensibile e sbagliato, portando in alcuni casi a separare nettamente le forme d’espressione del proprio sé per evitare ulteriori invalidazioni. L’intero processo viene amplificato dalla partecipazione ai social media: attraverso di essi l’adolescente può costruire la propria immagine in modo più libero e creativo, andando però incontro ad una dinamica valutativa ancora più evidente, diretta e semplificata (likes, richieste d’essere seguiti, commenti ecc.). L’effetto psicologico dei social media nell’adolescenza è un tema estremamente ampio e complesso per essere qui trattato. Per il momento possiamo limitarci a considerare quanto essi amplificano un processo già in corso, con criticità di cui l’adolescente è consapevole in prima persona (O’Riely, 2020; O’Riely et al., 2018).
Date le caratteristiche dell’autenticità performativa che abbiamo visto, il fallimento nell’ottenere un riconoscimento della propria autenticità porta con sé un vissuto di fallimento esistenziale, pervasivo, che investe completamente l’adolescente. Questo fallimento può portare da un lato a focalizzarsi completamente sull’immagine di sé e sulla sua percezione da parte degli altri (auto-ottimizzazione)  e dall’altro a ritirarsi dallo sguardo altrui, completamente o tramite la costruzione di un “falso sé”, una maschera.

Non è facile fornire supporto in questo processo, specialmente per i genitori: la fluttuazione nelle espressioni dell’identità personale può spiazzare e lasciare disorientate le persone che conosco l’adolescente da molto tempo. Proprio per questo diventa importante la capacità di accogliere questi cambiamenti, evitando il giudizio (già pervasivo nell’esperienza dell’adolescente) e tenendo a mente che quelli che possono sembrare cambiamenti improvvisi sono spesso il risultato di una precedente elaborazione più profonda, che solo in quel momento sta trovando espressione. Un’ulteriore fonte di sostegno, specialmente in seguito ad un’invalidazione dell’immagine di sé, può nascere dall’aiutare l’adolescente a ricordare che il difficile compito che sta affrontando non è una caccia ad un tesoro nascosto, che può essere trovato e valutato una volta per tutte. L’essere autentici è un viaggio, in cui il sé che cerca di esprimersi nasce e cambia proprio con le esperienze e il rapporto con gli altri. Favorire un dialogo con l’adolescente basato sulla curiosità e sul desiderio di capire non permette solo a questi di sentirsi compreso, ma contribuisce concretamente all’elaborazione dell’identità personale (Schoeller, 2020), a patto che si rispettino le tempistiche della persona. La migliore fonte di supporto, però, rimane forse la fiducia nell’adolescente, nella sua capacità di conoscersi ed affrontare le difficoltà, in modo da nutrire una forma di autonomia responsabile che è alla base dell’autenticità esistenziale (Thomaes et al., 2017) e che può essere guidata solo da una spinta interiore verso la conoscenza di sé e l’espressione del proprio potenziale (Yalom, 1980/2019).

Jake Baddeley (2010) – Rethoric

Bibliografia

Davis, J. (2020). Chemically imbalanced: Everyday suffering, medication, and our troubled quest for self-mastery. University of Chicago Press.

Erikson, E. (1995). Gioventù e crisi d’identità. Armando Editore (Prima edizione 1968).

Foucault, M., & Kritzman, L. D. (1990). Politics, philosophy, Culture interviews and other writings 1977 – 1984. Routledge.

Gueta, B., & Berkovich, I. (2021). The effect of autonomy-supportive climate in a Second Chance programme for at-risk youth on dropout risk: The mediating role OF adolescents’ sense of authenticity. European Journal of Psychology of Education. https://doi.org/10.1007/s10212-021-00542-4

Havighurst, R. J. (1982). Developmental tasks and education. Longman (Prima edizione 1948).

Kegan, R. (1982). The Growth and Loss of the Interpersonal Self. In The evolving self: Problem and process in human development (pp. 184–220). essay, Harvard University Press.

Lakey, C. E., Kernis, M. H., Heppner, W. L., & Lance, C. E. (2008). Individual differences in authenticity and mindfulness as predictors of verbal defensiveness. Journal of Research in Personality, 42(1), 230–238. https://doi.org/10.1016/j.jrp.2007.05.002

Maffly-Kipp, J., Flanagan, P., Kim, J., Schlegel, R. J., Vess, M., & Hicks, J. A. (2020). The role of perceived authenticity in psychological recovery from collective trauma. Journal of Social and Clinical Psychology, 39(5), 419–448. https://doi.org/10.1521/jscp.2020.39.5.419

Maggiolini, A., & Charmet, G. P. (2011). Manuale di psicologia Dell’Adolescenza: Compiti E Conflitti. Franco Angeli.

Newman, G. E. (2019). The psychology of authenticity. Review of General Psychology, 23(1), 8–18. https://doi.org/10.1037/gpr0000158

O’Reilly, M. (2020). Social media and adolescent mental health: The good, the bad and the ugly. Journal of Mental Health, 29(2), 200–206. https://doi.org/10.1080/09638237.2020.1714007

O’Reilly, M., Dogra, N., Whiteman, N., Hughes, J., Eruyar, S., & Reilly, P. (2018). Is social media bad for mental health and wellbeing? Exploring the perspectives of adolescents. Clinical Child Psychology and Psychiatry, 23(4), 601–613. https://doi.org/10.1177/1359104518775154

Parker, J. G., & Asher, S. R. (1993). Friendship and friendship quality in middle childhood: Links with peer group acceptance and feelings of loneliness and social dissatisfaction. Developmental Psychology, 29(4), 611–621. https://doi.org/10.1037/0012-1649.29.4.611

Peets, K., & Hodges, E. V. (2017). Authenticity in friendships and well-being in adolescence. Social Development, 27(1), 140–153. https://doi.org/10.1111/sode.12254

Reckwitz, A., & Pakis, V. (2020). The society of Singularities. Polity.

Schoeller, D. (2020). Authenticity as Emerging Meaning—Dialectics, Pragmatism, and Psychotherapy. In Authenticity: Interdisciplinary perspectives from philosophy, psychology, and psychiatry (pp. 73–91). Springer VS.

Taylor, C. (1994). Il disagio della modernità. Editori Laterza (Prima edizione 1992).

Theran, S. A. (2011). Authenticity in relationships and depressive symptoms: A gender analysis. Personality and Individual Differences, 51(4), 423–428. https://doi.org/10.1016/j.paid.2011.04.001

Thomaes, S., Sedikides, C., van den Bos, N., Hutteman, R., & Reijntjes, A. (2017). Happy to BE “me?” Authenticity, psychological Need satisfaction, and subjective well-being in adolescence. Child Development, 88(4), 1045–1056. https://doi.org/10.1111/cdev.12867

Trilling, L. (2018). Sincerità e autenticità. Moretti & Vitali (Prima edizione 1972).

Wood, A. M., Linley, P. A., Maltby, J., Baliousis, M., & Joseph, S. (2008). The authentic personality: A theoretical and empirical conceptualization and the development of the authenticity scale. Journal of Counseling Psychology, 55(3), 385–399. https://doi.org/10.1037/0022-0167.55.3.385

Yalom, I. D. (2019). La responsabilità e il senso di colpa esistenziale. In Psicoterapia Esistenziale (pp. 335–347). Neri Pozza (Prima edizione 1980).

Identità e relazione – I percorsi di riconoscimento (pt. 2)

Come abbiamo visto nel precedente articolo, l’evoluzione dei percorsi di riconoscimento si sviluppa nella ricerca di un equilibrio nella relazione con le figure genitoriali, oscillando fra due poli, il polo della fusione e il polo dell’affermazione di sé nella solitudine.
Fino ad adesso abbiamo considerato la situazione ideale in cui questo equilibrio è stato raggiunto, portando ad un percorso di riconoscimento completo. Consideriamo ora i casi in cui non è stato possibile definire una dinamica relazionale equilibrata, portando ad uno sbilanciamento verso uno dei due poli.

In un primo caso, la relazione con la figura d’accudimento, pur permettendo al bambino di sentirsi amato, protetto e sostenuto; ne limita in modo significativo la possibilità di fare esperienza in modo autonomo e di socializzare al di fuori del nucleo familiare. L’aspettativa è quella di perdere la relazione nel momento in cui il bambino si avventura al di fuori di questa. Pensiamo ad esempio ad un genitore che vive il proprio ruolo d’accudimento come centrale per la propria identità: l’allontanamento del bambino verrà vissuto come pericoloso, sia per un eventuale danno che il bambino potrebbe subire, sia per la possibilità che stabilisca relazioni significative con altre persone.
Questo genere di dinamica favorisce nel bambino una visione di come vulnerabile e incapace di orientarsi nel modo da solo, e della realtà al di fuori dei legami familiari (comprese le altre persone) come pericolosa e inaffidabile. Per questo motivo, il bambino si impegnerà al massimo per preservare l’unica relazione che vive come supportiva e amorevole, limitando la propria attività di socializzazione. In questi casi si parla di percorso di riconoscimento incompleto nella forma della fusione.

Sul piano delle relazioni, la persona tenderà a relazionarsi più nei termini della dipendenza che non del riconoscimento reciproco. In altre parole, le persone verranno viste come fonte di soddisfacimento dei propri bisogni o come minaccia al mantenimento delle proprie relazioni significative. Queste ultime vengono mantenute tramite la prossimità all’altro, la quale ha come costo la riduzione delle attività esterne alla relazione. L’effetto è quello di vivere l’altro significativo come indispensabile ma al contempo come un limite al mantenimento della propria autonomia. In questo modo la relazione viene vissuta come una forma di fusione totale con l’altro, per cui l’autonomia diventa possibile solo tramite la separazione. Questa separazione non è però una scelta desiderabile in quanto la diretta conseguenza sarebbe quella di trovarsi completamente isolato in un mondo incomprensibile e minaccioso.
Il tipo di relazione che viene ricercata è una “relazione elastico“, in cui il legame risulti garantito nonostante i momenti di allontanamento . In alcune circostanze, per evitare il vissuto di annullamento, la persona può affiancare alle relazioni più significative relazioni “d’evasione”, più instabili e passeggere. La vicinanza ricercata nella relazione è dettata principalmente dal soddisfacimento dei bisogni della persona e viene guidata da una dinamica “di scambio” in cui l’aiuto e la riconoscenza diventano la moneta corrente.

Nel secondo caso, il bambino vive la relazione con la figura genitoriale come basata sul conformarsi alle sue aspettative. L’aspettativa è che se queste aspettative non vengono rispettate, la figura genitoriale non darà ascolto ai bisogni del bambino, portando al venir meno della relazione. La dinamica relazionale che accompagna questo caso è quella di una mutua incomprensione: da un lato il genitore fatica a comprendere il punto di vista del bambino, negando il proprio fallimento e ripiegando su una strutturazione (“è pigro/monello/sempre distratto ecc”); dall’altro i tentativi fatti dal bambino di comprendere il genitore vanno incontro ad un sistematico fallimento, sottolineato dal genitore stesso in modo critico (“non capisci mai niente”). Con il tempo, il bambino cercherà di nascondere o eliminare quelle parti di sé che vanno contro le aspettative del genitore, portando all’esperienza di un “falso sé”, una maschera dietro la quale nascondere (fino a disconoscere) tutto ciò che non è desiderabile. In parallelo, dato che la relazione con il genitore risulta sistematicamente invalidante, il bambino cercherà sempre più di soddisfare in modo autonomo i propri bisogni, facendo affidamento solo su di sé. In questo caso, si parla di percorso di riconoscimento incompleto nella forma del disprezzo.

Sul piano delle relazioni, la dinamica di adattamento all’altro che si è sviluppata in infanzia viene estesa anche agli altri significativi, portando la persona a limitare l’espressione di sé. La persona vede se stessa come non amabile, diversa, inadeguata ecc. e gli altri come tirannici, incapaci di capire, invasivi ecc. Rispetto al riconoscimento incompleto nella forma della fusione, la persona tende a prendere maggiormente in considerazione il punto di vista dell’altro, ma limitatamente a ciò che gli consente di individuare le aspettative da soddisfare. Inoltre la persona tende a costruire standard e criteri di giudizio molto elevati, spesso impossibili da soddisfare, che applica tanto su di sé quanto sull’altro, portando facilmente a vissuti di fallimento e di delusione, e ad un atteggiamento critico. Anche in questo caso, l’altro è vissuto in modo ambivalente: la relazione è ricercata come fonte di accettazione di sé da parte di qualcuno di significativo, ma il suo prezzo è l’asservimento all’altro e ai suoi bisogni, grazie al quale si ottiene la sua considerazione*. Il risultato è che nella relazione non è mai possibile essere in due: “o me o te“. La soluzione più facile diventa quella di “affermare se stessi nella solitudine”, minacciando il mantenimento della relazione. D’altra parte, la solitudine diventa anch’essa indesiderabile, data la visione negativa di sé. L’elemento di “riscatto” torna quindi ad essere la considerazione dell’altro, ottenuta tramite il soddisfacimento dei suoi bisogni.

Mentre nella fusione ad essere compromessa è la prospettiva di mantenimento della propria identità al di fuori della relazione, nel disprezzo è il mantenimento della propria identità all’interno della relazione ad apparire come un’impresa impossibile.

La maggior parte delle persone attraversano traiettorie di sviluppo comprensibili alla luce di questi due percorsi di riconoscimento incompleto. Vi è tuttavia una quarta possibilità, più rara rispetto alle precedenti e che ora accenneremo. I casi che abbiamo finora considerato sono stati accompagnati da un elemento comune: il coinvolgimento della figura genitoriale è caratterizzato da una certa costanza, grazie alla quale il bambino può individuare delle regolarità nel rapporto che faranno da “bussola” in quella come in altre relazioni. Vi sono tuttavia casi in cui il genitore partecipa in misura minima alla relazione con il bambino, impedendo non solo la comprensione del genitore, ma di come funziona una relazione in senso più generale. Sono casi in cui il genitore può non essere disponibile per motivazioni estranee alla sua volontà o perché vive le relazioni affettive più significative come qualcosa di pericoloso per il mantenimento della propria identità personale. In assenza di coordinate per navigare la relazione, il bambino (e l’adulto) ricorrerà a comportamenti bizzarri, estremi, poco comprensibili, che tenderanno a spaventare le persone incontrate costituendo un vero e proprio circolo vizioso: la persona avrà sempre meno occasioni per comprendere le dinamiche relazionali e se stessa, favorendo il ricorso a comportamenti ancora più estremi e bizzarri. In questi casi si parla di percorso di riconoscimento incompleto nella forma della negligenza.

Come abbiamo visto, la relazione costituisce il fondamento su cui si può sviluppare la comprensione dell’altro, di sé e di cosa significa “essere in relazione”. La modalità principale attraverso cui le relazioni significative vengono stabilite e mantenute tende a definirsi nel corso dell’infanzia, venendo poi estesa alle nuove relazioni. Capire quale modalità ciascuno di noi adotta nel relazionarsi all’altro è un elemento della comprensione di sé estremamente prezioso per cogliere non solo cosa ricerchiamo nelle relazioni e come tendiamo a interpretare l’altro e i suoi gesti, ma anche per riconoscere le nostre vulnerabilità, gli aspetti per noi più problematici e dolorosi delle relazioni e poter così delineare un percorso di cambiamento che ci permetta di raggiungere quel riconoscimento completo grazie al quale possiamo pienamente essere noi stessi insieme all’altro.

*la modalità con cui tale considerazione viene ricercata definisce 3 sotto-forme di questo percorso: amabilità, competenza e affidabilità.

Diaries: I still love you – Ivilina Kouneva

Riferimenti:
Il contenuto di questo articolo è tratto da: “Chiari, G. (2015). A narrative hermeneutic approach to personal construct psychotherapy. The Wiley Handbook of Personal Construct Psychology, 241-253. doi:10.1002/9781118508275.ch20.” e dal materiale fornito col corso di specializzazione in psicoterapia presso la scuola CESIPc.

Identità e relazione – I percorsi di riconoscimento (pt. 1)

Nell’ultima riflessione abbiamo iniziato a esplorare il ruolo che la relazione ha per il benessere della persona ed il suo sviluppo psicologico. Tema ricorrente in psicologia fin dai suoi inizi, già Freud (1970) considerava la relazione con la madre come determinante nella definizione della personalità futura del bambino. Tale ipotesi trovò ulteriori conferme nella teoria dell’attaccamento di Bowlby (1976) e venne poi articolata in innumerevoli teorie successive. L’importanza della relazione non è però limitata agli anni dell’infanzia: come ci mostra l’Harvard Study of Adult Development, il più lungo studio longitudinale sulla vita adulta, la possibilità di contare su relazioni significative corrisponde a migliori condizioni di salute fisica e psicologica in tutte le età anche in presenza di eventi negativi, come l’insorgere di malattie accompagnate da dolore cronico. Pur osservando il fenomeno con lenti differenti, non c’è approccio alla psicologia umana che non riconosca ai legami interpersonali uno spazio privilegiato.

Questa centralità non è certamente un tema nuovo, né alla riflessione più sofisticata né alla saggezza popolare. Tuttavia, è nel corso della modernità che questa dimensione esce dallo sfondo dell’ovvio per essere considerata e studiata autonomamente. Ne sono un esempio le indagini di Levinas (2019) per cui l’amore e la responsabilità per l’Altro costituiscono il fondamento stesso della soggettività umana, e di Ricoeur (Ricoeur & Iannotta, 1996) che, ampliando le riflessioni di Honnet (2002), individua nella dialettica con l’alterità il fondamento dell’identità personale. Sempre secondo Ricoeur, il soggetto è originariamente estraneo a se stesso (Ricoeur & Polidori, 2005) ed è impossibilitato a comprendere chi è e cosa vive. L’autore esprime questa condizione nel titolo di una delle sue più celebri opere, “Sé come un altro”. Questa estraneità viene superata tramite un processo di interpretazione che ogni persona compie su stessa grazie all’incontro con i “segni dell’altro” (Castiglioni, 2008). In altri termini, la persona può comprendere se stessa solo grazie alla presenza dell’altro, il quale rende l’universo di vissuti e gesti della persona significativo e comprensibile.  La presenza dell’altro diventa così una componente fondamentale dell’identità personale, che non rappresenta più un oggetto finito ma un processo aperto e ricorsivo, che accompagna la persona attraverso tutta la sua vita. 

Questa dinamica viene indicata da Ricoeur con il termine “riconoscimento”, che in lingua francese (reconnaissance) indica sia l’atto di riconoscere qualcosa o qualcuno, sia la gratitudine che emerge dall’esperienza d’essere riconosciuti. Questi due aspetti, l’uno attivo (“io riconosco”) e l’altro passivo (“io sono riconosciuto”), dovrebbero idealmente culminare nella dimensione di un riconoscimento reciproco, in cui la persona può sentirsi contemporaneamente soggetto pienamente individualizzato e parte di una rete di relazioni dalle quali sente di poter dipendere:

Non è forse nella mia identità più autentica che io chiedo di essere riconosciuto? E se, per fortuna, mi capita di esserlo, la mia gratitudine non va forse rivolta a tutti coloro i quali, in una maniera o nell’altra, hanno riconosciuto la mia identità riconoscendomi?” (Ricoeur & Polidori, 2005)

Prendendo le mosse da queste riflessioni, Chiari (2015) ha individuato quattro distinte traiettorie di sviluppo psicologico, definite nel linguaggio di Ricoeur “percorsi di riconoscimento”. Queste traiettorie hanno inizio nella relazione con i genitori (come già individuato da Ricoeur) e si sviluppano in trame narrative caratteristiche, attraverso cui la persona racconta se stessa a sé e agli altri. La sfida a cui i percorsi di riconoscimento cercano di far fronte è quella di individuare un equilibrio fra due poli estremi: il polo della fusione fra sé ed altro ed il polo dell’affermazione di sé nella solitudine.

Quando la relazione con la figura di accudimento permette al bambino di trovare questo equilibrio si può parlare di percorso di riconoscimento completo o percorso di riconoscimento nella forma dell’accettazione: il bambino si sente riconosciuto come persona dotata di un proprio punto di vista (per esempio, il genitore riconosce e accetta che un odore per lui/lei gradevole è fonte di fastidio per il bambino) e riconosce nella figura genitoriale un riferimento affidabile, a cui rivolgere le proprie richieste con l’aspettativa verosimile di vederle soddisfatte (per esempio, il bambino sa di poter contare sul conforto del genitore quando affronta vissuti d’angoscia o smarrimento, anche quando questo non viene fornito immediatamente).

Questa forma di riconoscimento, essendo piuttosto rara, ha un valore più teorico che pratico. Nella maggior parte dei casi i percorsi individuali presentano uno squilibrio verso uno dei due poli, andando a scapito o del processo di individuazione (squilibrio verso il polo della fusione) o della possibilità di relazione con gli altri (squilibrio verso il polo dell’affermazione nella solitudine). In questi casi possiamo parlare di percorsi di riconoscimento incompleto, che approfondiremo nel prossimo articolo.

Android Jones (2015) – Refuge

Bibliografia:

Bowlby, J. (1976). Attaccamento e perdita. Torino, Italia: Boringhieri.

Castiglioni, C. (2008). Il sé e l’altro. Il tema del riconoscimento in Paul Ricoeur. Esercizi Filosofici, 3, 9-21.

Chiari, G. (2015). A narrative hermeneutic approach to personal construct psychotherapy. The Wiley Handbook of Personal Construct Psychology, 241-253. doi:10.1002/9781118508275.ch20.

Freud, S. (1970). Tre saggi sulla teoria della sessualità. Milano, Italia: Mondadori.

Honneth, A. (2002). Lotta per il riconoscimento. Milano, Italia: Il saggiatore.

Lévinas, E. (2019). Totalità e infinito: Saggio sull’esteriorità. Milano, Italia: Jaca book.

Ricoeur, P., & Iannotta, D. (1996). Sé come un altro. Milano, Italia: Jaca Book.

Ricoeur, P., & Polidori, F. (2005). Percorsi del riconoscimento: Tre studi. Milano, Italia: Cortina.

Da soli ritrovarsi insieme

Gli eventi dell’attuale pandemia, con le sue quarantene e le sue restrizioni, sono stati per tutti noi un momento di sospensione senza precedenti. Come quando ci fermiamo per capire meglio dove ci troviamo durante un viaggio o una visita ad una zona sconosciuta della nostra città, così la pandemia ci ha permesso di fermarci e di rivedere “a che punto” della nostra vita siamo giunti, di prendere consapevolezza delle coordinate e delle rotte che accompagnano le nostre giornate. Come ogni evento collettivo, l’esperienza della pandemia ci ha ha toccato tutti in modo diverso e inaspettato: c’è chi ha dovuto interrompere bruscamente i propri progetti (ormai impraticabili), chi ha perso il lavoro, chi ha dovuto lasciare la città in cui viveva, e chi ha dovuto cercare di mantenere i propri ritmi e le proprie attività in mezzo all’incertezza e all’instabilità.

Un vissuto che sicuramente abbiamo tutti condiviso è stato quello dell’isolamento, la  fonte di stress che ha avuto il maggiore impatto sulla nostra qualità della vita durante la quarantena, come evidenziato dalle revisioni scientifiche (Brooks et al. 2020). Proprio questo senso di isolamento ci ha permesso di confrontarci con uno dei lati più difficili del modello predominante della contemporaneità: l’individuo.

Seguendo Ian Burkitt (1999), nell’individuo, col suo “corpo chiuso”, possiamo vedere la porta d’accesso a quell’inesauribile fonte di esperienze che è la vita interiore nel suo aspetto più intimo e privato. Al contempo però, nella sua immagine possiamo scorgere anche la possibilità estrema dell’isolamento in un’unicità che diventa impossibilità di relazione. Proprio l’individuo, nelle sue varie forme, può essere considerato uno dei grandi protagonisti dell’immaginario contemporaneo (Fine, 2003): è colui che basta a se stesso, che “si è fatto da sé”, che si riconosce uno sguardo unico sul mondo, che rimane fedele alla propria vocazione nonostante le avversità. Nelle sue tinte più fosche, l’individuo diventa il reietto, l’incomprensibile o il “Mad Man”, freddo e calcolatore che non vede altri all’infuori di sé.

Queste sono solo alcune delle vesti con cui l’immagine dell’individuo fa la sua comparsa nella cultura (e nelle menti) della contemporaneità. Ognuna di queste sorge dall’idea che in ciascuno di noi alberghi un’essenza unica (e unitaria), che può autenticamente essere colta solo nella sua differenza da ogni altra. Come un granello d’oro, questa essenza deve passare attraverso il setaccio per poter essere trovata e compresa.

Le misure di tutela sanitaria che hanno accompagnato la quarantena hanno portato molti a vivere nel corso delle proprie giornate proprio quest’esperienza di separazione, di distanza dalle nostre relazioni significative e dalle attività che formano la nostra quotidianità. Secondo Di Petta (2020), l’esperienza della quarantena può essere vista come una sospensione del senso comune e dell’ovvio, in parte impostaci ed in parte oggetto della nostra consapevole adesione. Questa sospensione dell’ordinario ci porta a confrontarci con una  vita “ridotta” alla sua struttura essenziale, ma che può accompagnarci all’esperienza di quell’intima autenticità che è il nocciolo intoccabile di ogni esistenza e che è “la condizione di possibilità dell’altro e del mondo, la condizione di possibilità di una rete di relazioni autentiche, nelle quali noi sentiamo di appartenere veramente a qualcuno, al di là del nostro ruolo, al di là del contatto fisico, al di là del nostro lavoro, del nostro habitus, e nelle quali qualcuno appartiene veramente a noi.” 

Proprio questa apertura all’altro rappresenta l’elemento distintivo tra l’esperienza della solitudine e quella di un logorante isolamento, come ci dicono le parole di Borgna (2010):

“”La solitudine è definita dalla relazione all’altro; cosa che non avviene nell’isolamento. Forse, è possibile dire che l’isolamento nei riguardi della solitudine è quello che il mutismo è nei riguardi del silenzio. […] Nella solitudine cioè si continua ad essere aperti al mondo delle persone e delle cose, e, anzi, al desiderio, alla nostalgia, di mantenersi in una relazione significativa con gli altri; e questo in antitesi all’isolamento, che si definisce meglio come solitudine negativa, e in cui si è chiusi in sé stessi: perduti al mondo e alla trascendenza nel mondo.”

In queste parole cogliamo come la relazione con l’altro non rappresenti solo una condizione minima per il benessere della persona (Brownlee, 2013), ma un’espressione incancellabile del nostro stesso essere al mondo e della nostra identità. Nell’esperienza della solitudine l’immagine dell’individuo si dissolve, lasciando la scena a quella trama di rapporti e di storie che sono per noi essenziali quanto i nostri più intimi segreti.

Nella prospettiva del costruttivismo ermeneutico, mondo ed esperienza, oggetto e soggetto, si co-determinano a vicenda: il senso con cui navighiamo il mondo definisce il mondo stesso che navighiamo. L’esigenza del distanziamento, da questa prospettiva, non ci condanna all’esperienza isolamento ma può diventare un’occasione per riscoprire una solitudine che torni ad ascoltare il senso profondo delle proprie relazioni, delle proprie attività e del proprio modo di partecipare al mondo e alla vita di chi ci è prossimo. Una solitudine che porti ad un momento di auto-riflessione che apra le strade ad un nuovo inizio (Vy Nguyễn, 2020), consapevoli che la nostra più profonda libertà ed autenticità non sono nelle differenze che ci rendono “individui”, ma nella partecipazione al mondo e nelle relazione con gli altri.

Sfruttiamo quindi questa occasione per rinnovare i rapporti che ci nutrono e che ci sostengono, per rinsaldare quella rete di legami che fanno di noi le persone che siamo, anche quando siamo soli. E in questo periodo, proprio nella nostra solitudine, non siamo soli:

“appoggiati alla solitudine e sappi che non sei da solo/ appoggiati alla solitudine come se ti abbracciasse/ come un generoso rappresentante di una lampante verità/ oh, siamo connessi, lo dimentichiamo ma lo abbiamo sempre saputo”

Riferimenti: