Come abbiamo visto nel precedente articolo, l’evoluzione dei percorsi di riconoscimento si sviluppa nella ricerca di un equilibrio nella relazione con le figure genitoriali, oscillando fra due poli, il polo della fusione e il polo dell’affermazione di sé nella solitudine.
Fino ad adesso abbiamo considerato la situazione ideale in cui questo equilibrio è stato raggiunto, portando ad un percorso di riconoscimento completo. Consideriamo ora i casi in cui non è stato possibile definire una dinamica relazionale equilibrata, portando ad uno sbilanciamento verso uno dei due poli.
In un primo caso, la relazione con la figura d’accudimento, pur permettendo al bambino di sentirsi amato, protetto e sostenuto; ne limita in modo significativo la possibilità di fare esperienza in modo autonomo e di socializzare al di fuori del nucleo familiare. L’aspettativa è quella di perdere la relazione nel momento in cui il bambino si avventura al di fuori di questa. Pensiamo ad esempio ad un genitore che vive il proprio ruolo d’accudimento come centrale per la propria identità: l’allontanamento del bambino verrà vissuto come pericoloso, sia per un eventuale danno che il bambino potrebbe subire, sia per la possibilità che stabilisca relazioni significative con altre persone.
Questo genere di dinamica favorisce nel bambino una visione di sé come vulnerabile e incapace di orientarsi nel modo da solo, e della realtà al di fuori dei legami familiari (comprese le altre persone) come pericolosa e inaffidabile. Per questo motivo, il bambino si impegnerà al massimo per preservare l’unica relazione che vive come supportiva e amorevole, limitando la propria attività di socializzazione. In questi casi si parla di percorso di riconoscimento incompleto nella forma della fusione.
Sul piano delle relazioni, la persona tenderà a relazionarsi più nei termini della dipendenza che non del riconoscimento reciproco. In altre parole, le persone verranno viste come fonte di soddisfacimento dei propri bisogni o come minaccia al mantenimento delle proprie relazioni significative. Queste ultime vengono mantenute tramite la prossimità all’altro, la quale ha come costo la riduzione delle attività esterne alla relazione. L’effetto è quello di vivere l’altro significativo come indispensabile ma al contempo come un limite al mantenimento della propria autonomia. In questo modo la relazione viene vissuta come una forma di fusione totale con l’altro, per cui l’autonomia diventa possibile solo tramite la separazione. Questa separazione non è però una scelta desiderabile in quanto la diretta conseguenza sarebbe quella di trovarsi completamente isolato in un mondo incomprensibile e minaccioso.
Il tipo di relazione che viene ricercata è una “relazione elastico“, in cui il legame risulti garantito nonostante i momenti di allontanamento . In alcune circostanze, per evitare il vissuto di annullamento, la persona può affiancare alle relazioni più significative relazioni “d’evasione”, più instabili e passeggere. La vicinanza ricercata nella relazione è dettata principalmente dal soddisfacimento dei bisogni della persona e viene guidata da una dinamica “di scambio” in cui l’aiuto e la riconoscenza diventano la moneta corrente.
Nel secondo caso, il bambino vive la relazione con la figura genitoriale come basata sul conformarsi alle sue aspettative. L’aspettativa è che se queste aspettative non vengono rispettate, la figura genitoriale non darà ascolto ai bisogni del bambino, portando al venir meno della relazione. La dinamica relazionale che accompagna questo caso è quella di una mutua incomprensione: da un lato il genitore fatica a comprendere il punto di vista del bambino, negando il proprio fallimento e ripiegando su una strutturazione (“è pigro/monello/sempre distratto ecc”); dall’altro i tentativi fatti dal bambino di comprendere il genitore vanno incontro ad un sistematico fallimento, sottolineato dal genitore stesso in modo critico (“non capisci mai niente”). Con il tempo, il bambino cercherà di nascondere o eliminare quelle parti di sé che vanno contro le aspettative del genitore, portando all’esperienza di un “falso sé”, una maschera dietro la quale nascondere (fino a disconoscere) tutto ciò che non è desiderabile. In parallelo, dato che la relazione con il genitore risulta sistematicamente invalidante, il bambino cercherà sempre più di soddisfare in modo autonomo i propri bisogni, facendo affidamento solo su di sé. In questo caso, si parla di percorso di riconoscimento incompleto nella forma del disprezzo.
Sul piano delle relazioni, la dinamica di adattamento all’altro che si è sviluppata in infanzia viene estesa anche agli altri significativi, portando la persona a limitare l’espressione di sé. La persona vede se stessa come non amabile, diversa, inadeguata ecc. e gli altri come tirannici, incapaci di capire, invasivi ecc. Rispetto al riconoscimento incompleto nella forma della fusione, la persona tende a prendere maggiormente in considerazione il punto di vista dell’altro, ma limitatamente a ciò che gli consente di individuare le aspettative da soddisfare. Inoltre la persona tende a costruire standard e criteri di giudizio molto elevati, spesso impossibili da soddisfare, che applica tanto su di sé quanto sull’altro, portando facilmente a vissuti di fallimento e di delusione, e ad un atteggiamento critico. Anche in questo caso, l’altro è vissuto in modo ambivalente: la relazione è ricercata come fonte di accettazione di sé da parte di qualcuno di significativo, ma il suo prezzo è l’asservimento all’altro e ai suoi bisogni, grazie al quale si ottiene la sua considerazione*. Il risultato è che nella relazione non è mai possibile essere in due: “o me o te“. La soluzione più facile diventa quella di “affermare se stessi nella solitudine”, minacciando il mantenimento della relazione. D’altra parte, la solitudine diventa anch’essa indesiderabile, data la visione negativa di sé. L’elemento di “riscatto” torna quindi ad essere la considerazione dell’altro, ottenuta tramite il soddisfacimento dei suoi bisogni.
Mentre nella fusione ad essere compromessa è la prospettiva di mantenimento della propria identità al di fuori della relazione, nel disprezzo è il mantenimento della propria identità all’interno della relazione ad apparire come un’impresa impossibile.
La maggior parte delle persone attraversano traiettorie di sviluppo comprensibili alla luce di questi due percorsi di riconoscimento incompleto. Vi è tuttavia una quarta possibilità, più rara rispetto alle precedenti e che ora accenneremo. I casi che abbiamo finora considerato sono stati accompagnati da un elemento comune: il coinvolgimento della figura genitoriale è caratterizzato da una certa costanza, grazie alla quale il bambino può individuare delle regolarità nel rapporto che faranno da “bussola” in quella come in altre relazioni. Vi sono tuttavia casi in cui il genitore partecipa in misura minima alla relazione con il bambino, impedendo non solo la comprensione del genitore, ma di come funziona una relazione in senso più generale. Sono casi in cui il genitore può non essere disponibile per motivazioni estranee alla sua volontà o perché vive le relazioni affettive più significative come qualcosa di pericoloso per il mantenimento della propria identità personale. In assenza di coordinate per navigare la relazione, il bambino (e l’adulto) ricorrerà a comportamenti bizzarri, estremi, poco comprensibili, che tenderanno a spaventare le persone incontrate costituendo un vero e proprio circolo vizioso: la persona avrà sempre meno occasioni per comprendere le dinamiche relazionali e se stessa, favorendo il ricorso a comportamenti ancora più estremi e bizzarri. In questi casi si parla di percorso di riconoscimento incompleto nella forma della negligenza.
Come abbiamo visto, la relazione costituisce il fondamento su cui si può sviluppare la comprensione dell’altro, di sé e di cosa significa “essere in relazione”. La modalità principale attraverso cui le relazioni significative vengono stabilite e mantenute tende a definirsi nel corso dell’infanzia, venendo poi estesa alle nuove relazioni. Capire quale modalità ciascuno di noi adotta nel relazionarsi all’altro è un elemento della comprensione di sé estremamente prezioso per cogliere non solo cosa ricerchiamo nelle relazioni e come tendiamo a interpretare l’altro e i suoi gesti, ma anche per riconoscere le nostre vulnerabilità, gli aspetti per noi più problematici e dolorosi delle relazioni e poter così delineare un percorso di cambiamento che ci permetta di raggiungere quel riconoscimento completo grazie al quale possiamo pienamente essere noi stessi insieme all’altro.
*la modalità con cui tale considerazione viene ricercata definisce 3 sotto-forme di questo percorso: amabilità, competenza e affidabilità.

Riferimenti:
Il contenuto di questo articolo è tratto da: “Chiari, G. (2015). A narrative hermeneutic approach to personal construct psychotherapy. The Wiley Handbook of Personal Construct Psychology, 241-253. doi:10.1002/9781118508275.ch20.” e dal materiale fornito col corso di specializzazione in psicoterapia presso la scuola CESIPc.