Nell’ultima riflessione abbiamo iniziato a esplorare il ruolo che la relazione ha per il benessere della persona ed il suo sviluppo psicologico. Tema ricorrente in psicologia fin dai suoi inizi, già Freud (1970) considerava la relazione con la madre come determinante nella definizione della personalità futura del bambino. Tale ipotesi trovò ulteriori conferme nella teoria dell’attaccamento di Bowlby (1976) e venne poi articolata in innumerevoli teorie successive. L’importanza della relazione non è però limitata agli anni dell’infanzia: come ci mostra l’Harvard Study of Adult Development, il più lungo studio longitudinale sulla vita adulta, la possibilità di contare su relazioni significative corrisponde a migliori condizioni di salute fisica e psicologica in tutte le età anche in presenza di eventi negativi, come l’insorgere di malattie accompagnate da dolore cronico. Pur osservando il fenomeno con lenti differenti, non c’è approccio alla psicologia umana che non riconosca ai legami interpersonali uno spazio privilegiato.
Questa centralità non è certamente un tema nuovo, né alla riflessione più sofisticata né alla saggezza popolare. Tuttavia, è nel corso della modernità che questa dimensione esce dallo sfondo dell’ovvio per essere considerata e studiata autonomamente. Ne sono un esempio le indagini di Levinas (2019) per cui l’amore e la responsabilità per l’Altro costituiscono il fondamento stesso della soggettività umana, e di Ricoeur (Ricoeur & Iannotta, 1996) che, ampliando le riflessioni di Honnet (2002), individua nella dialettica con l’alterità il fondamento dell’identità personale. Sempre secondo Ricoeur, il soggetto è originariamente estraneo a se stesso (Ricoeur & Polidori, 2005) ed è impossibilitato a comprendere chi è e cosa vive. L’autore esprime questa condizione nel titolo di una delle sue più celebri opere, “Sé come un altro”. Questa estraneità viene superata tramite un processo di interpretazione che ogni persona compie su stessa grazie all’incontro con i “segni dell’altro” (Castiglioni, 2008). In altri termini, la persona può comprendere se stessa solo grazie alla presenza dell’altro, il quale rende l’universo di vissuti e gesti della persona significativo e comprensibile. La presenza dell’altro diventa così una componente fondamentale dell’identità personale, che non rappresenta più un oggetto finito ma un processo aperto e ricorsivo, che accompagna la persona attraverso tutta la sua vita.
Questa dinamica viene indicata da Ricoeur con il termine “riconoscimento”, che in lingua francese (reconnaissance) indica sia l’atto di riconoscere qualcosa o qualcuno, sia la gratitudine che emerge dall’esperienza d’essere riconosciuti. Questi due aspetti, l’uno attivo (“io riconosco”) e l’altro passivo (“io sono riconosciuto”), dovrebbero idealmente culminare nella dimensione di un riconoscimento reciproco, in cui la persona può sentirsi contemporaneamente soggetto pienamente individualizzato e parte di una rete di relazioni dalle quali sente di poter dipendere:
“Non è forse nella mia identità più autentica che io chiedo di essere riconosciuto? E se, per fortuna, mi capita di esserlo, la mia gratitudine non va forse rivolta a tutti coloro i quali, in una maniera o nell’altra, hanno riconosciuto la mia identità riconoscendomi?” (Ricoeur & Polidori, 2005)
Prendendo le mosse da queste riflessioni, Chiari (2015) ha individuato quattro distinte traiettorie di sviluppo psicologico, definite nel linguaggio di Ricoeur “percorsi di riconoscimento”. Queste traiettorie hanno inizio nella relazione con i genitori (come già individuato da Ricoeur) e si sviluppano in trame narrative caratteristiche, attraverso cui la persona racconta se stessa a sé e agli altri. La sfida a cui i percorsi di riconoscimento cercano di far fronte è quella di individuare un equilibrio fra due poli estremi: il polo della fusione fra sé ed altro ed il polo dell’affermazione di sé nella solitudine.
Quando la relazione con la figura di accudimento permette al bambino di trovare questo equilibrio si può parlare di percorso di riconoscimento completo o percorso di riconoscimento nella forma dell’accettazione: il bambino si sente riconosciuto come persona dotata di un proprio punto di vista (per esempio, il genitore riconosce e accetta che un odore per lui/lei gradevole è fonte di fastidio per il bambino) e riconosce nella figura genitoriale un riferimento affidabile, a cui rivolgere le proprie richieste con l’aspettativa verosimile di vederle soddisfatte (per esempio, il bambino sa di poter contare sul conforto del genitore quando affronta vissuti d’angoscia o smarrimento, anche quando questo non viene fornito immediatamente).
Questa forma di riconoscimento, essendo piuttosto rara, ha un valore più teorico che pratico. Nella maggior parte dei casi i percorsi individuali presentano uno squilibrio verso uno dei due poli, andando a scapito o del processo di individuazione (squilibrio verso il polo della fusione) o della possibilità di relazione con gli altri (squilibrio verso il polo dell’affermazione nella solitudine). In questi casi possiamo parlare di percorsi di riconoscimento incompleto, che approfondiremo nel prossimo articolo.

Android Jones (2015) – Refuge
Bibliografia:
Bowlby, J. (1976). Attaccamento e perdita. Torino, Italia: Boringhieri.
Castiglioni, C. (2008). Il sé e l’altro. Il tema del riconoscimento in Paul Ricoeur. Esercizi Filosofici, 3, 9-21.
Chiari, G. (2015). A narrative hermeneutic approach to personal construct psychotherapy. The Wiley Handbook of Personal Construct Psychology, 241-253. doi:10.1002/9781118508275.ch20.
Freud, S. (1970). Tre saggi sulla teoria della sessualità. Milano, Italia: Mondadori.
Honneth, A. (2002). Lotta per il riconoscimento. Milano, Italia: Il saggiatore.
Lévinas, E. (2019). Totalità e infinito: Saggio sull’esteriorità. Milano, Italia: Jaca book.
Ricoeur, P., & Iannotta, D. (1996). Sé come un altro. Milano, Italia: Jaca Book.
Ricoeur, P., & Polidori, F. (2005). Percorsi del riconoscimento: Tre studi. Milano, Italia: Cortina.