Gli eventi dell’attuale pandemia, con le sue quarantene e le sue restrizioni, sono stati per tutti noi un momento di sospensione senza precedenti. Come quando ci fermiamo per capire meglio dove ci troviamo durante un viaggio o una visita ad una zona sconosciuta della nostra città, così la pandemia ci ha permesso di fermarci e di rivedere “a che punto” della nostra vita siamo giunti, di prendere consapevolezza delle coordinate e delle rotte che accompagnano le nostre giornate. Come ogni evento collettivo, l’esperienza della pandemia ci ha ha toccato tutti in modo diverso e inaspettato: c’è chi ha dovuto interrompere bruscamente i propri progetti (ormai impraticabili), chi ha perso il lavoro, chi ha dovuto lasciare la città in cui viveva, e chi ha dovuto cercare di mantenere i propri ritmi e le proprie attività in mezzo all’incertezza e all’instabilità.
Un vissuto che sicuramente abbiamo tutti condiviso è stato quello dell’isolamento, la fonte di stress che ha avuto il maggiore impatto sulla nostra qualità della vita durante la quarantena, come evidenziato dalle revisioni scientifiche (Brooks et al. 2020). Proprio questo senso di isolamento ci ha permesso di confrontarci con uno dei lati più difficili del modello predominante della contemporaneità: l’individuo.
Seguendo Ian Burkitt (1999), nell’individuo, col suo “corpo chiuso”, possiamo vedere la porta d’accesso a quell’inesauribile fonte di esperienze che è la vita interiore nel suo aspetto più intimo e privato. Al contempo però, nella sua immagine possiamo scorgere anche la possibilità estrema dell’isolamento in un’unicità che diventa impossibilità di relazione. Proprio l’individuo, nelle sue varie forme, può essere considerato uno dei grandi protagonisti dell’immaginario contemporaneo (Fine, 2003): è colui che basta a se stesso, che “si è fatto da sé”, che si riconosce uno sguardo unico sul mondo, che rimane fedele alla propria vocazione nonostante le avversità. Nelle sue tinte più fosche, l’individuo diventa il reietto, l’incomprensibile o il “Mad Man”, freddo e calcolatore che non vede altri all’infuori di sé.
Queste sono solo alcune delle vesti con cui l’immagine dell’individuo fa la sua comparsa nella cultura (e nelle menti) della contemporaneità. Ognuna di queste sorge dall’idea che in ciascuno di noi alberghi un’essenza unica (e unitaria), che può autenticamente essere colta solo nella sua differenza da ogni altra. Come un granello d’oro, questa essenza deve passare attraverso il setaccio per poter essere trovata e compresa.
Le misure di tutela sanitaria che hanno accompagnato la quarantena hanno portato molti a vivere nel corso delle proprie giornate proprio quest’esperienza di separazione, di distanza dalle nostre relazioni significative e dalle attività che formano la nostra quotidianità. Secondo Di Petta (2020), l’esperienza della quarantena può essere vista come una sospensione del senso comune e dell’ovvio, in parte impostaci ed in parte oggetto della nostra consapevole adesione. Questa sospensione dell’ordinario ci porta a confrontarci con una vita “ridotta” alla sua struttura essenziale, ma che può accompagnarci all’esperienza di quell’intima autenticità che è il nocciolo intoccabile di ogni esistenza e che è “la condizione di possibilità dell’altro e del mondo, la condizione di possibilità di una rete di relazioni autentiche, nelle quali noi sentiamo di appartenere veramente a qualcuno, al di là del nostro ruolo, al di là del contatto fisico, al di là del nostro lavoro, del nostro habitus, e nelle quali qualcuno appartiene veramente a noi.”
Proprio questa apertura all’altro rappresenta l’elemento distintivo tra l’esperienza della solitudine e quella di un logorante isolamento, come ci dicono le parole di Borgna (2010):
“”La solitudine è definita dalla relazione all’altro; cosa che non avviene nell’isolamento. Forse, è possibile dire che l’isolamento nei riguardi della solitudine è quello che il mutismo è nei riguardi del silenzio. […] Nella solitudine cioè si continua ad essere aperti al mondo delle persone e delle cose, e, anzi, al desiderio, alla nostalgia, di mantenersi in una relazione significativa con gli altri; e questo in antitesi all’isolamento, che si definisce meglio come solitudine negativa, e in cui si è chiusi in sé stessi: perduti al mondo e alla trascendenza nel mondo.”
In queste parole cogliamo come la relazione con l’altro non rappresenti solo una condizione minima per il benessere della persona (Brownlee, 2013), ma un’espressione incancellabile del nostro stesso essere al mondo e della nostra identità. Nell’esperienza della solitudine l’immagine dell’individuo si dissolve, lasciando la scena a quella trama di rapporti e di storie che sono per noi essenziali quanto i nostri più intimi segreti.
Nella prospettiva del costruttivismo ermeneutico, mondo ed esperienza, oggetto e soggetto, si co-determinano a vicenda: il senso con cui navighiamo il mondo definisce il mondo stesso che navighiamo. L’esigenza del distanziamento, da questa prospettiva, non ci condanna all’esperienza isolamento ma può diventare un’occasione per riscoprire una solitudine che torni ad ascoltare il senso profondo delle proprie relazioni, delle proprie attività e del proprio modo di partecipare al mondo e alla vita di chi ci è prossimo. Una solitudine che porti ad un momento di auto-riflessione che apra le strade ad un nuovo inizio (Vy Nguyễn, 2020), consapevoli che la nostra più profonda libertà ed autenticità non sono nelle differenze che ci rendono “individui”, ma nella partecipazione al mondo e nelle relazione con gli altri.
Sfruttiamo quindi questa occasione per rinnovare i rapporti che ci nutrono e che ci sostengono, per rinsaldare quella rete di legami che fanno di noi le persone che siamo, anche quando siamo soli. E in questo periodo, proprio nella nostra solitudine, non siamo soli:
“appoggiati alla solitudine e sappi che non sei da solo/ appoggiati alla solitudine come se ti abbracciasse/ come un generoso rappresentante di una lampante verità/ oh, siamo connessi, lo dimentichiamo ma lo abbiamo sempre saputo”
Riferimenti:
- Borgna, E. (2013). La solitudine dell’anima. Feltrinelli.
- Brooks S. et al. (2020). The psychological impact of quarantine and how to reduce … Retrieved February 4, 2021, from https://www.thelancet.com/journals/lancet/article/PIIS0140-6736(20)30460-8/fulltext
- Brownlee, K. (2013). A Human Right Against Social Deprivation. The Philosophical Quarterly, 63(251), 199-222. https://doi.org/10.1111/1467-9213.12018.
- Burkitt, I. (1999). Bodies of thought: embodiment, identity and modernity. SAGE.
- Di Petta, G. (2020). COVID-19: IL VIRUS CHE “SOSPENDE” IL MONDO Esercizi fenomenologici di un “portier de nuit”. Psychiatry on line Italia . http://www.psychiatryonline.it/node/8479.
- Fine, G. A. (2003). Crafting authenticity: The validation of identity in self-taught art. Theory and Society, 32(2), 153-180
- Nguyen, T. (2020). Time alone (chosen or not) can be a chance to hit the reset button – Thuy-vy Nguyen | Aeon Ideas. Aeon. Retrieved 4 February 2021, from https://aeon.co/ideas/time-alone-chosen-or-not-can-be-a-chance-to-hit-the-reset-button.